Dunque, anche la Lega è dentro (o fuori, a seconda dei punti di vista). Il calderone è ormai pieno (di schifezze, naturalmente), e anche chi ultimamente si è allenato a difenderla, la politica, ora si trova con le spalle al muro. Monta la disaffezione, la rabbia, il senso di sporcizia. Ed è perfettamente comprensibile, se non praticamente giustificabile, che non se ne possa più, da più parti, di tutti e di tutto.
Mi costa dirlo, perché a me la politica piace, piace da molto tempo, e da molto tempo la seguo. E però no, non ce la farò difenderla ancora per molto, se questa è la piega che deve prendere la faccenda: la misura è colma, strabordante, e nessuno pare rendersi conto che si è andati ben oltre l'aria di fine impero. Siam già verso il medievo, e quello basso, credo.
È come se ci fosse uno spread (in realtà, c'è per davvero) tra cittadini e politica che vale tre o quattro volte quello tra btp italiani e bund tedeschi. Quantitativamente (se potessimo quantificarlo), ma anche qualitativamente (perché prima della fiducia dei mercati, è bene occuparsi di quella dei cittadini per le loro istituzioni). E se non facciamo qualcosa in proposito, e non lo facciamo subito, le conseguenze e le proporzioni di quello che accadrà non siamo probabilmente in grado di immaginanercele.
Tuttavia, c'è un grosso problema. Ed è che chi dovrebbe oggi occuparsi di quel che c'è da fare non ha né la credibilità minima necessaria per farlo, né la fattiva capacità. Smettiamola di credere alle favole: non si troverà mai un accordo sulla legge elettorale entro la prossima primavera (e forse è meglio così, visto il pasticciaccio all'orizzonte), né si riuscirà mai ad approvare una benedetta legge sulla corruzione, o una sul finanziamento ai partiti. Ancora meno probabili sono le riforme costituzionali, visto l'iter procedurale infinito. E comunque, pessimismo a parte, anche se solo una di queste cose fosse fatta, non sarebbe certo sufficiente a neutralizzare la più totale e nera sfiducia che gli Italiani ripongono nei confronti dei loro eletti.
Dunque, qui, non è più questione di cose da fare, purtroppo. Quello è un treno che abbiamo perso molto tempo fa, all'incirca tra l'ultimo governo Prodi (che nessuno difende mai abbastanza) e lo sfascio definitivo successivo che ci ha fatti arrivare sin qui (come ha scritto Pippo sul
post).
Ora, qui, adesso, (metteteci l'avverbio che vi piace di più) ci vuole un cambio radicale, totale, azzerante, della classe dirigente. Ci vuole, cioè, un rovesciamento del tavolo e di tutto quello che c'è sopra. E nemmno questo, che sembra un gesto semplice o da poco, è qualcosa che possono permettersi in molti. Nello specifico, può permetterselo solo (o quasi) il Partito Democratico. Come? Convocando il congresso, subitissimamente, prima che con le elezioni del 2013 ci si infili in un altro tunnel infernale che poi ci costringa, dopo qualche anno, a chiamare i tecnici, ancora, di nuovo, a salvarci.
Ci vuole un congresso, ma - sia chiaro - non un congresso qualunque. Ne serve uno straordinario, speciale, uno che sia il più possibile
all in, o anche
all inclusive. Con dentro tutti quelli che ci stanno, a sinistra e nella società, per ricominciare daccapo. Un congresso partecipatissimo, che nei modi e nei contenuti faccia parlare di sé, e dia la dimensione di un cambiamento totale e radicale del modo di fare politica, in questo paese. Un congresso che azzeri tutto quello che c'era prima,
dalemanesimosessuale compreso. Ognuno per dire la propria in un "tutto" condiviso, nel senso letterale del
diviso con. E con anche, però, il passo indietro necessario e inevitabile di chi è ancora qui (o meglio, lì) e ha ormai poco o pochissimo da dire.
Si deve, in buona sostanza, applicare semplicemente quella magnifica canzone di Gaber che parlava di libertà e di partecipazione. Su quelle note lì, allora, sarà tutta un'altra storia, un'altra politica, un'altra Italia (si spera, la
Prossima).
E anche il contributo del sottoscritto, a quel punto, non potrà mancare.