Fosse davvero nepotismo quello dei figli dei ministri Fornero e Cancellieri e del presidente Monti, ciò di cui si fa tanto parlare in questo paese negli ultimi giorni, sarei ben disposto ad estenderlo volentieri, e ad incentivarlo. Perché se nemmeno lauree e master (provati e documentati) sono più sufficienti a dare garanzia di competenza e capacità, in Italia, ci toccherà presto inventare qualche nuova categoria dello spirito da inserire nel curriculum. Non avrei mai pensato di doverlo dire io - uno che non si fa scrupoli a criticare la ricchezza - ma inizia a disgustarmi questo odio sociale pregiudizioso e perverso per il quale qualunque persona benestante che ricopra un ruolo pubblico debba essere per forza disonesta, tramante la più infida furberia, pronta a derubare il povero onesto cittadino indifeso (un noto blogger la chiamava campagna contro i Grandi Spietati Cattivi).
Non sta scritto da nessuna parte che la democrazia debba privare il figlio del benestante del diritto di occupare posti di rilievo nella società, se lo merita. La vera domanda da farsi, piuttosto, è chiedersi come mai a fare il professore universitario sia ancora oggi (spesso e volentieri) il figlio di un borghese (di un borghese qualunque, anche senza che questo diventi un ministro), e non quello di un contadino, di un operaio, o di un impiegato. Non può essere il caso o la fatalità.
Sarà mica che la vera mobilità da rimettere in moto in questo paese è innanzitutto quella sociale?
Restiamo umani
4 ore fa


