È il primo di tanti. Rompe il ghiaccio. È un esordio e farlo bene conta. Ma anche cannarlo non è una tragedia. Gli anziani laureandi sentenziano, delle volte: la prima scrematura. Il corso dura tre mesi, la prof corre come un ossesso; a Natale le nozioni arrivano a riempire quattro (dico 4) quaderni di appunti.
La parte di algebra è preponderante e ne occupa la gran parte; le amiche del corso si chiamano matrici: tabelle piene di numeri ossessivamente riordinati lungo righe e colonne con cui si può giocare fino alla fine dei tempi, perché ci fai tante cose che alla fine non riesci a ricordare tutte. E poi riduzioni, ortogonalizzazioni, autovettori, autovalori. Tanti conti da fare, tanti errori di calcolo e di segno. Le lettere più usate sono le ultime dell'alfabeto (x,y,z,t,), i numeri tendenzialmente piccolini, raramente a due cifre. Ma è sufficiente a complicare le cose, spesso, e ne avanza anche.
Poi, ovviamente, spazio alla geometria. Che parla il greco, ma non è proprio un altro mondo (e non sta su un altro piano, per fare gli spiritosi). A forza di sfere, piani, e rette ti sembra di avercela davanti. Non come la compagna, astratta e surreale, che sta solo nei pensieri e nelle menti degli studenti e dei professori. La geometria è - tutto sommato - attorno a noi, nelle forme degli oggetti, nelle superfici. Lo strumento magico per non farsi spaventare si chiama disegnino, ed è un bel modo per provare a passare lo scritto.
Il tutto vale dieci sudati crediti. Sia scritti che parlati.
Restiamo umani
4 ore fa



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