S’io credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria senza piu scosse.
Ma perciocche giammai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
senza tema d’infamia ti rispondo


Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XXVII, vv. 61-66


L'ultimo, non il minore

sabato 31 dicembre 2011

[Metto le mani avanti: il rischio di questo post si chiama spocchia]

Ricordo una bella (e piuttosto famosa) pagina de La coscienza di Zeno sulla significatività delle date nella vita di un uomo. Il protagonista, volendo smettere di fumare, cercava di sfruttare gli eventi tragici o maggiormente rilevanti della propria vita (ad esempio la morte del padre) come anche le date simboliche del calendario (ad esempio quelle palindrome), appuntandosi poi nel taccuino il giorno - quel giorno - che doveva diventare il giorno dell'ultima sigaretta.
Ovviamente (spoiler!) non smise mai di fumare, tradendo il fioretto ogni santa volta.
Oggi (come molte altre volte) è una di quelle date. Ipersfruttata dall'intera umanità per fare bilanci, fioretti, promesse a se stessi e ad altri. E io, non essendo da meno, ci avevo pure provato, a scrivere un post celebrativo-riepilogativo sul 2011.
Poi, com'è facile verificare, non ci sono riuscito. O meglio, ho smesso di farlo non appena mi sono accorto che stavo scrivendo un mucchio di cose banali o poco interessanti su di me e su quello che è successo negli ultimi dodici mesi.

Ecco, credo (in generale) di avere un grosso problema con l'originalità. E non solo di quello che scrivo qui nel blog. Mi capita spesso, anche nelle discussioni della "vita reale", di rimanere in silenzio per mancanza di spunto, o per totale incapacità di giudicare "a modo mio" un certo fatto, una certa idea, una certa persona. E piuttosto che pronunciare quella frase abominevole che suona sempre assurda: "la penso come...", preferisco starmene in silenzio, ascoltare, cercando di capire come mai non ho un'idea precisa (quando mi accontenterei di una anche approssimata) sull'argomento.
Ricordo di avere ammesso questa cosa per la prima volta in quinta liceo, durante un'ora di storia spesa in una discussione sul processo di Norimberga. Il professore si stupì del mio silenzio (tendenzialmente rimango uno partecipe e attivo, nei dibattiti) e mi chiese cosa pensassi. Non potei che ammettere l'unica verità: ovvero che non sapevo cosa dire, perché ero troppo combattuto per dare un giudizio preciso e secco.
Non so se il mio sia più un pregio o un difetto, un vezzo da anticonformista schizzinoso o una prova di una sorta di "indipendenza" nelle idee. Me lo chiedo spesso, e sono sempre più convinto che non si tratti di una cosa positiva.
Sono molto geloso delle mie idee. Mi è capitato un paio di volte, per esempio, di scrivere qui su InCantaLog cose che Michele Serra (il mio faro, nel giornalismo) ha ripreso con qualche giorno di ritardo sulla sua rubrica su Repubblica, L'Amaca. È stupido e folle persino ammetterlo, ma non posso nascondere di essermi inorgoglito e sentito importante, in quelle occasioni.

Dunque forse è questo il vero problema: ritengo molto importante quello che penso e che scrivo. Forse anche troppo. E mi spiace quando - rileggendo ciò che ho prodotto - mi accorgo di non aver detto al lettore nulla più di ciò che sapeva già o che poteva sospettare che pensassi.
Ecco perché non sono riuscito a scrivere nulla sull'anno che sta finendo o su quello che viene. Ed ecco anche perché scrivo poco ultimamente. Non è solo una questione di tempo da investire, come ho detto qualche tempo fa.
Una delle prime cose da fare da domani (quindi da subito) è liberarsi di questa sorta di schiavismo, che è insopportabile tanto quanto il riempirsi la bocca e la mente di luoghi comuni.

Quindi, per cominciare subito, fatemi finire con gli scontati auguri di fine e inizio. :)

La legge del Titanic

lunedì 19 dicembre 2011


Senza nemmeno farci più caso, e visto che le parole (apparentemente) non valgono più niente, lo abbiamo trasformato in un “mercato”, abbassando chi ne prende parte, cioè noi stessi – e tutto sommato serenamente – alla stregua di merci qualsiasi. Chissenefrega se è la nobile essenza della Repubblica, se è una delle prime parole della nostra Costituzione. Non importa se è il sale della vita adulta, l'attività nobile che impegna per maggior tempo qualsiasi persona in età matura per molti anni (e sempre di più, sempre di più...). Dopo aver scomodato nei secoli filosofi e pensatori, finalmente il lavoro torna ad essere materia semplice e semplificabile: di qua o di là, pubblico o privato, precario o tutelato, giovane o pensionato. Fammi vedere la busta paga, dimmi se ti danno malattia e ferie, e poi ti metto io nella categoria che mi piace. Ti dico se ti devi opporre o no all'articolo 18, se devi andare in piazza con la fiom oppure con i giovani precari. Ti spiego se Marchionne è bravo oppure un deficiente. Ti classifico come fannullone, se mi serve, oppure come un gran lavoratore che fa molti sacrifici.
Semplificare. Perché è comodo per schierarsi ed è facile farsi capire. In barba a questo cacchio di mondo che ogni giorno si complica in po' di più (secondo principio della termodinamica). Perché non importa se i lavoratori con i contratti a tempo indeterminato mantengono le proprie famiglie: figli (precari o studenti) compresi. Non c'è speranza per i giovani? E allora via, deregolarizziamo, licenziamo, facciamo crollare quel poco di stabile che ci è rimasto. Qualcuno lo prendi, se spari nel mucchio. E chi viene colpito? Se ha una certa età, non lo assume più nessuno. Si farà mantenere dal figlio, se non è rimasto precario. E siccome lo scompiglio non è sufficiente, mettiamo lì anche un po' di disprezzo per chi le tutele se l'è guadagnate e per le tutele stesse. Che cosa indegna, le ferie pagate! Oh, che scandalo la maternità e la malattia!
Non basta, ancora. E allora nuova strategia della pensione. Facciamo lavorare sempre di più chi sta già lavorando, anche se (sottovoce) ammettiamo che ci piacerebbe se allo stesso tempo altri venisero assunti. Perché non riusciamo a pagare chi non lavora più e abbiamo promesso di mantenere. E al contempo bisogna crescere, diamine. Crescere ancora e ancora, finché... finché non se ne potrà più e ci toccherà decrescere perché questo pianeta è più finito di quanto pensiamo e non possiamo andare “oltre”, come dicevano in un film di animazione della Disney.

Ma solo io, giovane di questo paese, mi sento indignato per come stanno trattando i nostri genitori, dai quali quotidianamente dipendiamo? Cosa saremmo, come vivremmo, dove andremmo, senza la stabilità economica di chi ci mantiene? Da nessuna parte. È la solita legge del Titanic: quella della barca che - se affonda - trascina in fondo al mare quelli della prima classe come quelli dell'ultima.

Sai le risate, Grillo!

sabato 10 dicembre 2011


Adesso, però, iniziamo davvero a prenderci in giro.
Perché d'accordo che i tempi del Parlamento sono quelli che sono, che se abbiamo aspettato sin d'ora possiamo aspettare ancora, che i vitalizi per i prossimi e i futuri già li hanno tolti (e forse chiedere di levarli a chi è già sul suo scranno da anni o è venuto prima era troppo). Posso addirittura concedere che un deputato abbia effettivamente diritto ad un trattamento economico mediamente superiore rispetto a quello di un cittadino normale (perché la democrazia, come ci ricordava Serra qualche tempo fa, è anche affidare il potere ai migliori, che è sempre meritocrazia).
Tuttavia, proprio quando fuori dal palazzo infuria il vento e la bufera (nello specifico: soffiano questo vento e questa bufera), proprio quando - con un colpo basso mica da ridere - viene tolta da sotto il naso la pensione a migliaia di lavoratori, proprio quando viene rimessa l'ici sulla prima casa, vengono alzate a dismisura le accise sui carburanti, e viene data pista libera alle regioni per innalzare l'irpef (dopo aver fatto scendere nuovamente la scure sui bilanci locali), proprio nel momento di minimo assoluto di credibilità per la classe politica e dirigenziale di questo paese, uscirsene in questo modo e in questi termini è assolutamente indecente, oltre che politicamente e comunicativamente masochistico.
Non voglio credere che non lo capiscano, questi poveri idioti. E non voglio nemmeno pensare che lo facciano apposta. Ma non vorrei nemmeno credere, a dir la verità, che pensassero davvero di potersi nascondere dietro a tali capziosità giuridiche delle quali, agli Italiani (e una volta tanto lo dico: a ragione) non frega un accidente.
E dire che per salvare la categoria ne basterebbe uno (anche del Pdl) che alzasse la manina e dicesse: "colleghi, ma che stracazzo fate?".

T-days

domenica 4 dicembre 2011


La gente oggi passeggia tranquilla chiacchierando per via Rizzoli, come se nulla fosse, strisciando le scarpe dove, meno di ventiquattrore prima, gli unici padroni erano veicoli e motocicli scorrazzanti. Sembra che lo faccia apposta a non farci caso e a non darci peso, come se non volesse affatto farla sembrare una cosa strana, eccezionale, paranormale. Come se volesse fingere un'abitudine che non ha più: quella di camminare in mezzo alla strada, di fare due passi senza essere confinata in quegli angusti e stretti luoghi adibiti ai pedoni - i marciapiede.
E poi senti che aria: anche se non piove da settimane, anche se lo smog è probabilmente ancora tutto lì, anche se a neanche cento metri autobus e macchine corrono ancora, ti sembra quasi di fare l'aerosol, nella zona T. L'aerosol dell'Avvento, con l'albero di Natale dietro a Nettuno a dominare la scena, e tutte le luminarie natalizie appese intorno, comprese quelle spente per protesta, che però contribuiscono (loro malgrado) a del sano risparmio energetico.
10, 100, 1000 T-days. E si faccia pure il referendum, non credo ci siano dubbi sul risultato. D'altronde, ognuno di noi è stato pedone almeno una volta nella vita.