S’io credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria senza piu scosse.
Ma perciocche giammai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
senza tema d’infamia ti rispondo


Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XXVII, vv. 61-66


La legge del Titanic

lunedì 19 dicembre 2011


Senza nemmeno farci più caso, e visto che le parole (apparentemente) non valgono più niente, lo abbiamo trasformato in un “mercato”, abbassando chi ne prende parte, cioè noi stessi – e tutto sommato serenamente – alla stregua di merci qualsiasi. Chissenefrega se è la nobile essenza della Repubblica, se è una delle prime parole della nostra Costituzione. Non importa se è il sale della vita adulta, l'attività nobile che impegna per maggior tempo qualsiasi persona in età matura per molti anni (e sempre di più, sempre di più...). Dopo aver scomodato nei secoli filosofi e pensatori, finalmente il lavoro torna ad essere materia semplice e semplificabile: di qua o di là, pubblico o privato, precario o tutelato, giovane o pensionato. Fammi vedere la busta paga, dimmi se ti danno malattia e ferie, e poi ti metto io nella categoria che mi piace. Ti dico se ti devi opporre o no all'articolo 18, se devi andare in piazza con la fiom oppure con i giovani precari. Ti spiego se Marchionne è bravo oppure un deficiente. Ti classifico come fannullone, se mi serve, oppure come un gran lavoratore che fa molti sacrifici.
Semplificare. Perché è comodo per schierarsi ed è facile farsi capire. In barba a questo cacchio di mondo che ogni giorno si complica in po' di più (secondo principio della termodinamica). Perché non importa se i lavoratori con i contratti a tempo indeterminato mantengono le proprie famiglie: figli (precari o studenti) compresi. Non c'è speranza per i giovani? E allora via, deregolarizziamo, licenziamo, facciamo crollare quel poco di stabile che ci è rimasto. Qualcuno lo prendi, se spari nel mucchio. E chi viene colpito? Se ha una certa età, non lo assume più nessuno. Si farà mantenere dal figlio, se non è rimasto precario. E siccome lo scompiglio non è sufficiente, mettiamo lì anche un po' di disprezzo per chi le tutele se l'è guadagnate e per le tutele stesse. Che cosa indegna, le ferie pagate! Oh, che scandalo la maternità e la malattia!
Non basta, ancora. E allora nuova strategia della pensione. Facciamo lavorare sempre di più chi sta già lavorando, anche se (sottovoce) ammettiamo che ci piacerebbe se allo stesso tempo altri venisero assunti. Perché non riusciamo a pagare chi non lavora più e abbiamo promesso di mantenere. E al contempo bisogna crescere, diamine. Crescere ancora e ancora, finché... finché non se ne potrà più e ci toccherà decrescere perché questo pianeta è più finito di quanto pensiamo e non possiamo andare “oltre”, come dicevano in un film di animazione della Disney.

Ma solo io, giovane di questo paese, mi sento indignato per come stanno trattando i nostri genitori, dai quali quotidianamente dipendiamo? Cosa saremmo, come vivremmo, dove andremmo, senza la stabilità economica di chi ci mantiene? Da nessuna parte. È la solita legge del Titanic: quella della barca che - se affonda - trascina in fondo al mare quelli della prima classe come quelli dell'ultima.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao, ti avevo risposto sul mio blog col mio indirizzo e-mail. Riprovo qui: iuliusscaevola@yahoo.it

Se usi skype sono spesso pure lì.

Ciao ciao

Volpe

Luca ha detto...

Tranquillo l'avevo visto :)

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