Senza
nemmeno farci più caso, e visto che le parole (apparentemente) non
valgono più niente, lo abbiamo trasformato in un “mercato”,
abbassando chi ne prende parte, cioè noi stessi – e tutto sommato
serenamente – alla stregua di merci
qualsiasi. Chissenefrega se è la nobile essenza della Repubblica, se
è una delle prime parole della nostra Costituzione. Non importa se è
il sale della vita adulta, l'attività nobile che impegna per maggior
tempo qualsiasi persona in età matura per molti anni (e sempre di
più, sempre di più...). Dopo aver scomodato nei secoli filosofi e
pensatori, finalmente il lavoro torna ad essere materia semplice e
semplificabile: di qua o di là, pubblico o privato, precario o
tutelato, giovane o pensionato. Fammi vedere la busta paga, dimmi se
ti danno malattia e ferie, e poi ti metto io nella categoria che mi
piace. Ti dico se ti devi opporre o no all'articolo 18, se devi
andare in piazza con la fiom oppure con i giovani precari. Ti spiego
se Marchionne è bravo oppure un deficiente. Ti classifico come
fannullone, se mi serve, oppure come un gran lavoratore che fa molti
sacrifici.
Semplificare.
Perché è comodo per schierarsi ed è facile farsi capire. In barba
a questo cacchio di mondo che ogni giorno si complica in po' di più
(secondo principio della termodinamica). Perché non importa se i
lavoratori con i contratti a tempo indeterminato mantengono le
proprie famiglie: figli (precari o studenti) compresi. Non c'è
speranza per i giovani? E allora via, deregolarizziamo, licenziamo,
facciamo crollare quel poco di stabile che ci è rimasto. Qualcuno lo
prendi, se spari nel mucchio. E chi viene colpito? Se ha una certa
età, non lo assume più nessuno. Si farà mantenere dal figlio, se
non è rimasto precario. E siccome lo scompiglio non è sufficiente,
mettiamo lì anche un po' di disprezzo per chi le tutele se l'è
guadagnate e per le tutele stesse. Che cosa indegna, le ferie pagate!
Oh, che scandalo la maternità e la malattia!
Non
basta, ancora. E allora nuova strategia della pensione. Facciamo
lavorare sempre di più chi sta già lavorando, anche se (sottovoce)
ammettiamo che ci piacerebbe se allo stesso tempo altri venisero
assunti. Perché non riusciamo a pagare chi non lavora più e abbiamo
promesso di mantenere. E al contempo bisogna crescere, diamine.
Crescere ancora e ancora, finché... finché non se ne potrà più e
ci toccherà decrescere perché questo pianeta è più finito di
quanto pensiamo e non possiamo andare “oltre”, come dicevano in
un film di animazione della Disney.
Ma solo io, giovane di questo paese, mi sento indignato per come stanno trattando i nostri genitori, dai quali quotidianamente dipendiamo? Cosa saremmo, come vivremmo, dove andremmo, senza la stabilità economica di chi ci mantiene? Da nessuna parte. È la solita legge del Titanic: quella della barca che - se affonda - trascina in fondo al mare quelli della prima classe come quelli dell'ultima.



2 commenti:
Ciao, ti avevo risposto sul mio blog col mio indirizzo e-mail. Riprovo qui: iuliusscaevola@yahoo.it
Se usi skype sono spesso pure lì.
Ciao ciao
Volpe
Tranquillo l'avevo visto :)
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