Stamattina, prima di recarmi a lezione, sono passato in edicola a prendere Left. Lo prendo con discontinuità, quando mi va e soprattutto quando ho voglia o penso di aver tempo per leggerlo. Oggi l'ho fatto in particolare perché ancora non ho deciso cosa pensare sul governo Monti, ed è abbastanza raro che io non riesca a prendere posizione su qualcosa (salvo poi leggere Leonardo e Popolino e rimanere estasiato dalle loro ferree posizioni). Più o meno in piazza Puntoni, sfogliando le prime pagine, mi sono imbattuto in questa:
Così, su due piedi, mi son venute in mente tante cose insieme: Gesù quando diceva di amare il proprio nemico, Pasolini che inveiva contro i sessantottini che facevano a botte con la polizia, gli stronzi di Roma di qualche tempo fa, le manifestazioni a cui partecipavo durante gli anni delle superiori, ricolme di stupidi insulti e di offese alla polizia.
E poi, dal nulla, spunta questo giovane colombiano che abbraccia un poliziotto in tenuta antisommossa pronto a manganellare o a caricare sulla folla dei manifestanti. Un gesto, probabilmente solo simbolico (magari solo fortunosamente catturato dal fotografo), eppure così bello, così sano, così meravigliosamente stridente in mezzo al caos di chi urla, sbraita, e vorrebbe distruggere tutto.
In questa foto (che provvederò ad appendere da qualche parte, prima o poi) ho ritrovato tutto quello che ho sempre pensato sulle manifestazioni e avrei voluto vederci: persone pacifiche e serene, anche se incazzate e scontente. Non livorosi con la bava alla bocca pronti a fare a botte, a tirare sassi, a spaccare vetrine. Bensì cittadini fieri di esercitare un diritto, consapevoli nel dire "questo non mi piace" sapendolo giustificare, e consci di dirlo in tanti, in gruppo, assieme, fianco a fianco, responsabili l'uno per l'altro. Niente violenza, perché quella roba lì peggiora solo le cose, ci rende disumani, e ci trascina assieme a lei nel torto. E piuttosto tanta ironia, sarcasmo, ilarità, provocazione (come a Sucate, vi ricordate?).
Probabilmente ci aspettano mesi (anni?) difficili, magari tesi. Il metodo migliore per affrontarli, da oggi diventa il metodo del manifestante colombiano: un abbraccio per chi ci fa il muso duro e ci sembra troppo grande e troppo grosso per noi. Sarà più facile convincerlo che è lui ad usare le armi sbagliate.
Non c’era spazio
29 minuti fa




2 commenti:
Anche io, caro Luca, desidererei che tutti arrivassero a comprendere che la tecnica "colombiana" è la migliore, se non la più efficace, ma purtroppo sono molto scettica al riguardo.
Dopo anni di contestazioni nate solo per un anticonformismo ideologico, di lotte contro i "simboli del potere", dietro i quali, spesso ce ne dimentichiamo, si nascondono volti umani ed i loro sentimenti, vedo difficile, se non utopico, che si arrivi ad un esercizio assennato e produttivo di quel diritto che tu citi, soprattutto in Italia.
I cittadini italiani ce li avrebbero anche i diritti, ma spesso non sanno farne buon uso.
In realtà non ne faccio affatto una questione ideologica. Le ideologie fanno parte della storia, e hanno avuto il pregio di poter muovere le masse del secolo scorso facendo sognare le persone, e dando un contributo fondamentale alla partecipazione politica, e dunque alla democrazia e all'estensione di certi diritti.
Il problema è piuttosto come vivere il dissenso, la contestazione, la protesta. I violenti si muovono a piccoli gruppetti e sono una bieca minoranza, se confrontati al numero di persone che ogni anno manifesta pacificamente per le strade. Il problema è che ne bastano pochi per rovinare la reputazione al resto dei manifestanti.
C'è un altro caso nobile, quello greco: i manifestanti del sindacato comunista (la nostra fiom) che qualche tempo fa cercavano di boicottare i black bloc. Ecco, loro avevano capito tutto. Come diceva Luter King: "Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso delle persone oneste”.
Posta un commento