S’io credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria senza piu scosse.
Ma perciocche giammai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
senza tema d’infamia ti rispondo


Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XXVII, vv. 61-66


Referendum (gli altri due si e un... boh)

martedì 7 giugno 2011

[Ecco un altro post dove posso sparlare facendo leva sulle mie non-conoscienza di economia]

Avendo negli ultimi due giorni approfondito le tematiche referendarie (leggendo tutto quello che trovavo in giro, da una parte e dell'altra), mi trovo ora ad essere indeciso su cosa votare domenica (o lunedì) sul secondo quesito, quello che è miticamente illustrato qui, assieme a tutti gli altri (su cui non ho problemi a dire che voterò si senza esitare).

Essenzialmente, il punto è questo: niente più profitti per i privati che investono sull'acqua. E che, a quel punto, non avrebbero molti motivi per farlo. Ecco il dubbio, quindi: è un bene o un male che le società private siano scoraggiate ad investire o addirittura incoraggiate ad allontanarsi dal settore?
Da un lato la prenderei alla molto-larga (mi piace farlo), sentendo di provare un profondo disgusto per il sistema economico mondiale odierno (basato proprio sul profitto e sul denaro) che riduce le persone a numeri, impoverisce la maggioranza della popolazione del pianeta, distrugge l'ambiente, crea disequilibri imbarazzanti, eccetera; dall'altro - però - c'è anche l'obbiettiva consapevolezza che si tratta - in fondo - solo di un referendum nazionale su un semplice articolo di una legge, e che il suo eventuale seppellimento rischia di causare, forse, più danni che opportunità: i comuni di soldi non ne hanno molti, c'è il rischio che si indebitino, magari che vengano alzate le tasse (e questo non lo fanno, forse, anche i privati stessi, attraverso le tariffe?), che nessuno faccia più interventi sulla rete, eccetera (anche se, a dirla tutta, al giorno d'oggi la maggior parte dell'Italia gestisce già la distribuzione dell'acqua in house, cioè in modo pubblico al 100%)...

Fosse per me, andrebbe ripensato tutto ciò che abbiamo attorno. Rovescerei tutti gli standard di vita, mi piacerebbe che si sentisse parlare di più di "decrescita", che si pensasse alla propria breve esistenza non come un succedersi e un autocircondarsi di privilegi e di comodità, ma come un allenamento alla sobrietà, alla solidarietà.
Ma so bene che sembrano tutte parole vuote, le mie, senza troppa aderenza al vero, molto utopiche in questo mondo che pensa solo in termini di pil, borsa e azioni. Ed è così perché ancora (non so per quanto) non c'è un filone di pensiero diffuso di questo tipo, che inizi con il coinvolgere la politica e la società.
Posto che, comunque, la decrescita sarà per l'umanità una tappa inevitabile (le risorse finiscono, e quelle che rimangono per sempre non permettono gli stessi standard di vita attuali), ad ora, che fare? Preoccuparsi per la concretezza della realtà (e votare no), o rimanere fedeli all'idea che il profitto ci faccia comunque del male (e votare sì)?
Eventualmente lascio la scheda bianca. O magari sono qui a farmi troppi problemi per nulla.

P.S. Poi arrivano certe cose, e uno rivaluta tutte le proprie convinzioni.

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