Vabbé, non è mica successo nulla di grave. Nulla di irreparabile, nulla che non si potesse prevedere (vi ricordate?). E poi, comunque, io - per parte mia - non mi sento affatto colpevole. Ma tirarsi fuori solo alla fine vale qualcosa? Quindi, che senso ha dire adesso "io non c'entro"? Come se fosse sufficiente rimanere a guardare per avere la coscienza pulita.
Due immagini su tutte, stasera: lo sguardo sorpreso e interrogativo all'inizio della festa, e quel volto sfinito, sudato, avvinghiato al cuscino di un letto e un "ciao Luca" preso come un saluto, qualche ora dopo.
In mezzo c'è tutto il resto, quello che ogni invitato (e anche non invitato) poteva (e quindi può) ben prevedere conoscendo gli antefatti, e a cui nessuno però si è frapposto.
Sono i tipici casi in cui la colpa è di tutti e di nessuno. Di tutti perché di nessuno, di nessuno perché di tutti.
E poi c'è quella tenerezza nei confronti del "malato", che è quasi più bella dell'affetto verso il "sano". Quella spontanea preoccupazione o ansia fraterna, e un po' di impotente vouyerismo.
Robusto ma, in fondo, fragilissimo.
Riposati, la festa è finita.
Amico, ti vogliamo bene, e che Dio ti benedica
Restiamo umani
4 ore fa



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