Finalmente ho terminato il primo libro del 2011.
Il mio rapporto con la lettura è una relazione assai complicata. Ci sono periodi in cui vorrei leggere di tutto e per mancanza di tempo non riesco a leggere nulla. Altri in cui non di leggere proprio non mi va perché non ne ho lo stimolo, benché il tempo non mi manchi. Altri ancora (come quest'ultimo) nei quali mi costringo a leggere, perché in fondo male non mi fa.
Proprio ieri ho terminato un romanzo che avevo già cominciato un paio d'anni fa e poi avevo abbandonato: Le ceneri di Angela di Frank McCourt.
Una storia tristissima raccontata in modo divertentissimo da un tardo scrittore irtlandese che ho scoperto essere morto in uno squallido silenzio ormai da quasi due anni.
Di tutto il libro, direi che va premiato in particolar modo l'attacco. Non è azzardo dirvi che - per quel che mi riguarda - si tratta del più bel incipit che io abbia mai letto.
Era meglio se i miei restavano a New York dove si erano conosciuti e sposati e dove sono nato io. Invece se ne tornarono in Irlanda che io avevo quattro anni, mio fratello Malachy tre, i gemelli Oliver e Eugene appena uno e mia sorella Margaret era già morta e sepolta.
Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un'infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un'infanzia infelice irlandese è peggio di un'infanzia infelice qualunque, e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora.
Gente che si vanta o si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di vita se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione irlandese: la povertà; il padre alcolizzato chiacchierone e buono a nulla; la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco; i preti boriosi; i maestri arroganti; gli inglesi e le cose tremende che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni...
E poi, tutta quell'umidità.
[...]
Da ottobre ad aprile i muri di Limerick luccicavano di umidità. I vestiti non si ascigavano mai; i cappotti di lana e tweed ospitavano organismi viventi e a volte ci cresceva una vegetazione misteriosa. Al pub,il vapore che saliva da corpi e dagli indumenti bagnaticci arrivava alle narici mischiato al fumo di sigaretta e di pipa e ai miasmi del whiskey e della birra stantia corretti dall'odore di piscio dei cessi all'aperto dove molti finivano per vomitare la paga della settimana.
La pioggia ci spingeva in chiesa, il solo rifugio, il solo conforto, il solo posto asciutto che conoscevamo.
Durante la messa, la benedizione, le novene, ci stringevamo in crocchi folti e umidi e sonnecchiavamo con la litania del prete che ci ronzava nelle orecchie, mentre il vapore si levava di nuovo dai nostri abiti per mescolarsi alla dolcezza dell'incenso, dei fiori e delle candele.
Limerick aveva la fama d'essere una città molto religiosa, ma noi sapevamo che era solo la pioggia.
Restiamo umani
4 ore fa



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