Daniel si è sentito troppo in colpa e non ha retto. Pensava di avere ucciso. Pensava di essere diventato il mostro di turno, il nuovo assassino.
Daniel - invece - non aveva ucciso nessuno. Ma si è lasciato morire lo stesso, perché aveva paura di noi, degli altri, di tutti quelli che avrebbero potuto leggere sul giornale il giorno successivo quanto pirata della strada fosse stato, quella sera, tornando da una festa.
Daniel è stato due volte una vittima.
Ci avviamo lentamente a diventare la società che tollera solo i puri e i casti, i perfetti, i predestinati. Quelli che non possono e non sanno sbagliare. Quelli per cui il crimine è lontano ed impossibile: "non ho mai fatto nulla di male", "non farei mai nulla del genere, io" e ostentano una superiorità e un'innocenza nelle azioni e nella morale che non ha nulla a che fare con gli esseri umani. Additiamo tutta la colpa, auguriamo tutto il male a chi il male l'ha causato. Il "peccato" passa subito in secondo piano, perché si passa direttamente a punire il peccatore. Non ci prendiamo più cura di chi sbaglia, e anzi, quello lo vorremmo vedere soffrire dello stesso male che ha causato (come millenni fa, quando c'era la legge del taglione).
Il perdono non esiste più.
Ci sono solo rabbia e vendetta.
E poi c'è chi muore a vent'anni perché si sentiva troppo sbagliato per questo mondo che non lo avrebbe mai accettato, lui, quel muratore così perdutamente e dannatamente fallibile.
Bleah.
E canta il poeta:
"Se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo"
Restiamo umani
4 ore fa



2 commenti:
Dov'è il tasto "mi piace"?
bellissime parole, Luca.
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